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11 novembre 2008

Ideologie

A giudicare da quello che leggo in giro sembra che la vera sorpresa sia che gli USA hanno eletto un presidente nero. Per me la sorpresa è un'altra, e cioè che davanti alla scelta tra un candidato pressoché perfetto e un 72enne cagionevole di salute, privo della minima esperienza internazionale o competenza in economia durante la peggiore crisi finanziaria della storia, informaticamente analfabeta, con una vice assolutamente improponibile, 48 americani su 100 abbiano votato il vecchio rincoglionito invece del giovane figo.

E non credo l'abbiano fatto per il colore della pelle, almeno non solo, e nemmeno perché credevano davvero che Obama "frequentasse socialmente" terroristi. Credo che sia per abitudine, per tradizione, per appartenenza politica. In una parola, per ideologia. Quella cosa che credevamo non esistesse più, quella parola che non si può più pronunciare e di cui ci dichiariamo tanto lieti di esserci "liberati", in realtà è e resta ancora la prima ragione alla base del voto.

E in un momento in cui qui da noi non ne abbiamo più una di riferimento, forse sarebbe il caso di recuperarne una e ricominciare a pronunciarne il nome in pubblico, magari persino nei programmi elettorali. Non dico quella vecchia "seppellita dalla storia" che comincia per C, ma magari qualcuna di un po' più recente. Il fatto che non ce ne venga in mente nessuna che possa legittimamente essere sventolata dal candidato premier del centrosinistra, chiunque esso sia, a me sembra abbastanza inquietante. Ma magari sono io che ragiono vetero.

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15 aprile 2008

Minoranze strepitose [cit]

Il punto è che io praticamente in casa non mangio più pasta, quindi neanche mio marito, che poveretto ogni tanto se la fa da solo mentre io sbuffo perché sporca un sacco di pentole (e poi gliene mangio metà dal piatto, che una fa tanti sacrifici e poi vive col diavolo tentatore).
Per questo nel tristo pomeriggio elettorale, dopo aver preso tanta pioggia, ma talmente tanta che mi pioveva in testa persino in autobus (sindaco di centro destra), dopo essermi sentita più che mai stanca di sentirmi pure guardata male quando faccio certi discorsi, la mia unica reazione possibile è stata mettere mano ai fornelli e rientrare nelle abitudini maggioritarie. Un po' come le brave sciure americane che risolvono tutto con una torta di mele, un po' come all'università quando vivevamo in cinque in un bilocale e qualunque crisi veniva affrontata mettendo su un caffè.
Io quando cucino o faccio i classici della mia terra, che mi vengono perfetti per osmosi di linea materna (mai guardato mia madre o mia nonna mentre cucinavano), oppure mi invento le ricette. Quando ero giovane e scema le battezzavo anche col mio nome, tipo i mafusilli o le mafarfalle. Poi magari non è che le invento, diciamo che ci arrivo da sola. Il segreto della mia cucina è semplice: impapocchio solo ingredienti di qualità estrema, e così son capaci tutti. Ieri ho inventato le orecchiette fave e bottarga.
Soffritto di aglio, prezzemolo e peperoncino, 5/6 pomodorini, una ventina di fave sgusciate. Togli dal fuoco, aggiungi la bottarga tagliata a fette non sottilissime, copri. Cuoci le orecchiette (meglio se integrali che assorbono meglio, ovviamente fresche), aggiungi un po' di acqua della cottura al sugo, rimetti su a fuoco lento, scoli le orecchiette (non asciutte asciutte), le versi nella pentola col sugo, fai saltare condendo. Mangi e godi, accompagnate da un Negramaro o da un Primitivo.

La prossima volta metto più fave e metà le frullo.
La prossima volta magari governiamo meglio, mandiamo a casa Bassolino e facciamo qualche proposta in più

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01 febbraio 2008

John McCain, il ribelle dell'Arizona

Mi colpisce sempre lo scarso interesse che i media nostrani sembrano avere per le elezioni che avvengono nel resto del mondo. Come se il fatto che nel mondo non si occupano dell'Italia richiedesse una vendetta. Così chi guarda il TG conosce i più irrilevanti particolari del gossip politico nostrano ma difficilmente sa qualcosa di John McCain, possibile (anzi dopo la Florida probabile) candidato repubblicano alle Presidenziali USA. Ed è un peccato, perché è un personaggio interessante e inquietante al tempo stesso.

Prima di tutto per il fatto di essere quasi un indipendente: franco, diretto, senza peli sulla lingua, non ha mai esitato a schierarsi contro Bush o con i Democratici quando riteneva fosse giusto. Sul suo Straight Talk Express, il bus della campagna elettorale rinominato Bullshit 1 dai giornalisti al seguito, McCain attraversa gli stati dell'Unione parlando con una franchezza quasi brutale, concludendo tutti i comizi con la frase "qualunque cosa accada, una cosa dovete sapere: I. Will. Always. Tell. You. The. Truth".

Un buon ritratto di McCain lo fa David Foster Wallace, che in Considera l'Aragosta ripubblica un brillante reportage originariamente apparso su Rolling Stone, scritto a bordo dello Straight Talk Express durante le Primarie USA del 1999. Nel reportage in cui Wallace analizza minuziosamente strategie, sensazioni e sottotesti del messaggio di McCain e dell'atmosfera del viaggio, una domanda emerge sopra le altre: quando McCain parla di Dire Sempre La Verità e comportarsi secondo il proprio senso dell'onore qualciuno gli crede Veramente, visto che sappiamo tutti che i politici mentono?

Eppure è difficile non considerare il fatto che quel politico che parla di onore (come tutti gli altri politici) nel 1967 è stato abbattuto sul cielo di Hanoi e si è fatto cinque anni di tortura, con ripetute rotture di vari arti (è la ragione per cui non riesce ad alzare le braccia al di sopra delle spalle) e altri particolari orripilanti che non volete sapere. Non solo: ha addirittura rifiutato di essere liberato se i suoi compagni di cella fossero restati in prigione. Per una questione d'onore. E, dice Wallace, questo getta una luce un po' diversa su cosa sia l'onore per l'uomo McCain, ancora prima che per il politico.

Questo forse getta anche una luce un po' diversa sul tipo di uomo che è McCain: per quanto un tale coraggio possa essere ammirevole, fa anche un po' paura: non si può fare a meno di chiedersi se ad alimentarlo ci sia una forza d'animo sovrumana oppure una base di fanatismo quasi spaventosa, o entrambe. Fanatismo, schiettezza, determinazione: McCain è il classico uomo forte del Sud Maschio Alfa Bianco Americano che non ascolta nessuno e agisce di testa sua spinto dalla forza più potente del mondo: la convinzione di avere ragione. Ma che sta anche facendo l'errore di dire agli elettori quello che pensa veramente invece di quello che vogliono sentirsi dire (ritiro dall'Iraq, tagli alle tasse, misure antirecessione).

McCain è antiabortista in un paese che è sì religioso, ma anche liberalista; è a favore della pena di morte in un momento in cui la si ridiscute, contrario all'assistenza sanitaria nazionale in un momento in cui moltissimi la chiedono, falco in questioni di Difesa e fautore del potenziamento dell'esercito e della permanenza in Iraq "per altri 100 anni se dovesse essere necessario" quando Iraq e 9/11 sono parole che hanno ormai nauseato l'opinione pubblica. Per di più, è indisciplinato e poco rispettato dalle gerarchie repubblicane, oltre che politicamente scorretto verso certe minoranze presenti nella base elettorale del suo partito (qualche giorno fa ha usato pubblicamente l'espressione "musi gialli" riferendosi ai vietnamiti - che ok, l'hanno torturato, ma sono passati anche 40 anni).

E ha 71 anni: troppo vecchio per due mandati, e troppo old establishment (ha alle spalle 25 anni tra Congresso e Senato) in un momento in cui l'America cerca il change nei giovani (Obama) e nelle minoranze (beh, Obama). Se McCain vincesse le primarie (più che possibile) o addirittura diventasse Presidente avrebbe fatto un piccolo miracolo, ma a noi resterebbe a capo del paese più potente del mondo un eroe di guerra che è anche un criptorazzista interventista, scarsamente interessato all'economia e poco propenso ad ascoltare i suoi consiglieri (ancora meno il suo partito) sulle questioni su cui ha opinioni forti: in una parola, imprevedibile. La buona vecchia massima brechtiana del "felice il paese che non ha bisogno di eroi" è sempre attuale.

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22 marzo 2007

Let the conversation begin

Scrivere di Internet per un mensile non è per niente facile, soprattutto se è un mensile che non si accontenta di parlare di cose già molto sentite. Mi fa piacere che la competizione e la competenza in questo campo si sta facendo davvero serrata: L'Espresso e D di Repubblica mi ciulano tutte le idee (hanno un mese di vantaggio) e l'articolo qui sotto non uscirà; lo pubblico anche se per l'"audience" dei blog è veramente basic.
"I'm not just starting a campaign, I'm beginning a conversation. With you." "Non sto solo dando il via alla mia campagna elettorale, ma a una conversazione. Con te". Con queste parole Hillary Rodham Clinton ha ufficializzato la sua corsa per le primarie: non in televisione, non con un comizio, ma con un video trasmesso sul suo sito Internet e prontamente ripreso da YouTube e dai blogger di tutto il mondo. Sarkozy, il candidato premier della destra francese, ha scelto come consulente di fiducia Loic Le Meur, uno dei blogger più famosi e più abili nello sfruttare la libertà di movimento e di espressione dei blog per consolidare la sua reputazione anche offline. La sua rivale, Ségolène Royal, ha concretizzato online la sua proposta di una democrazia partecipativa: il forum sul sito "Désirs d'avenir" vuole essere il punto d'incontro e di confronto tra le sue proposte e quelle degli elettori.

Otto anni fa un gruppo di pubblicitari e uomini d'azienda ha rivoluzionato il marketing degli anni a venire dicendo "I mercati sono conversazioni", l'equivalente del terzo millennio de "Il medium è il messaggio" di Marshall McLuhan. La "conversazione" è quello che differenzia Internet da tutti gli altri mezzi: ogni giorno milioni di persone lo usano per socializzare e chiacchierare oltre che per informarsi.
Non del tutto inaspettatamente i politici hanno capito e imparato le regole del gioco prima delle aziende: al grido di "le campagne elettorali sono conversazioni" hanno iniziato a usare la rete come megafono per la propaganda.

Se Internet è una grande conversazione a cui tutti possono partecipare, non è detto però che questa possibilità sia una garanzia di successo. Quando Le Meur a Parigi ha imposto con un escamotage la presenza di Sarkozy a Le web3, un convegno da lui organizzato, è stato sommerso da critiche per lo sfruttamento a fini elettorali di un momento di incontro e confronto professionale (a pagamento). Sarkozy si è concesso con un comizio più che tradizionale, senza approfittare dell'occasione di "conversare" con gli esperti presenti: niente domande, nessuno spunto di interesse per la platea internazionale.
A maggio vedremo se e quanto l'abilità nell'uso di Internet avrà pesato sulle elezioni francesi, ma soprattutto nel lungo periodo scopriremo quanto il desiderio di "dialogo" rappresenti una vera evoluzione del modo di fare politica o un semplice strumento di propaganda elettorale. In Italia Paolo Gentiloni, blogger da due anni, ha continuato ad aggiornare il suo blog anche dopo essere diventato Ministro: Ségolène Royal continuerà a discutere la politica governativa online anche in caso di vittoria?
Nell'attesa, emerge un chiaro segnale: Internet è ormai parte integrante della vita quotidiana di chi ha qualcosa da dire, non più solo sfogo ludico di pochi (se mai lo è stato), ma ambito e contesto per qualunque tipo di discussione tra pari.

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