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20 luglio 2007

Dedicato

Credo che liberarsi delle generalizzazioni sbagliate fatte da bambina sia la parte più difficile del diventare adulti, sia nel merito sia come atteggiamento. Credere ciecamente a ciò che dice l'Autorità e pensare che tutti vivano come te (pensino come te, sappiano quello che sai tu) è a mio avviso il segnale più inquietante di una società adolescente, e non nel senso che continua a spassarsela.
Per esempio io da piccola ero convinta che i nonni paterni e materni abitassero nello stesso palazzo; che Franco, Pino e Carlo fossero "nomi di zii"; che tutti avessero tre zii paterni e tre zii materni (il fascino indiscreto della regolarita'); che tutti i bambini alla fine della scuola "andavano in campagna" come me, in una grande casa di proprietà della mia famiglia; che la gente di sinistra fosse "diversa" e un po' pericolosa, perche' vogliono farti pagare più tasse, vogliono portarti via la terra e tendono all'insubordinazione.

Ci sono anche conseguenze positive di questa tendenza all'inferenza: per esempio, essendo grazie al cielo onesta, colta e positiva, tendo ad attribuire automaticamente a chiunque altro queste caratteristiche, il che fa di me una campionessa assoluta nello sport noto come "concedere il beneficio del dubbio" a terzi. Certo, questo significa anche che cado dal pero quando scopro che il 90% delle persone che incontro non hanno la minima idea di quello di cui sto parlando (e lo scopro sempre troppo tardi) e che qualcuno non è esattamente buonissimo.

Un'altra categoria di informazioni sbagliate apprese da bambina sono le affermazioni casuali degli adulti che nella tua testa trasformi in verità assoluta, da accettare o rigettare in modo altrettanto assoluto. Per esempio una volta ho sentito mia madre dire con raccapriccio che "in Svizzera mangiano il lesso con la marmellata di amarene", determinando credo per sempre la mia assoluta e totale curiosità verso gli abbinamenti strani di sapori e verso le gastronomie "deboli" (a cui ho convertito anche lei piu' tardi, va detto).

In realtà però volevo parlare di quando ho sentito dire, non so neanche più da chi, che "i milanesi non hanno il mare e devono andare in Liguria" con un tono di tale compatimento che per me fino a una quindicina di anni fa la Liguria era una specie di discarica dove ti mandavano praticamente in punizione, solo perché non potevi andare al mare "vero" (che per i tarantini è lo Ionio, period, "altro che Maldive"). Per anni ho sempre rifiutato di andare al mare in Liguria, limitandomi ad andarci in discoteca o simili: per colmo di sfiga le mie prime esperienze di mare ligure (Riva Ligure) hanno definitivamente confermato l'idea che piuttosto che quel mare lì, meglio l'afa.

Poi a un certo punto il miracolo, lo svelamento, la Fine delle Certezze: Camogli (e le passeggiate). Finale (e la quasi montagna di Magliolo). Valle Crosia (e la deliziosa Dolce Acqua). Lerici (e l'Eco del Mare). Genova, forse tra le città più malinconiche e furbe tra quelle che amo. Scoperte e amate in giugno, quando l'acqua è deliziosamente gelida, cristallina, subito profonda. Quelle spiagge piccole e sovrastate dalla montagna, con i piccoli paesi arroccati, colorati, sempre vivacissimi.

Ogni volta che torno in Liguria mi si spalanca un abisso di amore nei confronti di questa terra incredibile, che ogni volta mi meraviglia e mi seduce ancora. Settimana scorsa Chiavari, con il suo elegante passeggio, un lungomare perfetto per correre e i delfini praticamente in porto. E soprattutto arrivare dal mare a PortoVenere, quell'incredibile canale annunciato da una fortificazione invisibile da terra, entri e scopri la chiesa e questo paesino colorato e protetto da un'isola quasi selvaggia, che al tramonto è ancora in pieno sole mentre la terraferma è già all'ombra e il mare è diviso in due dalla luce che si ritira.

Forse è per tutto questo (e per molte altre cose) che Genova-G8 per me rimane una ferita aperta, anzi, La Ferita, un po' come il disorientamento quando ho scoperto che molti bambini in vacanza non ci andavano proprio, che la gente di sinistra ero io, che davvero le forze dell'ordine (non tutti, ma qualcuno sì) hanno la mano pesante con chi non la pensa come loro (e quindi con me). Lo stesso disorientamento di quando scopri che i tuoi genitori non sono le fonti della verità assoluta e sbagliano e che hai dovuto liberarti di molto di quello che ti hanno insegnato, e che questo non ti impedisce (più) di amarli molto e che questo forse significa che, all'alba dei 38 anni, sei diventata grande, come Carlo non diventerà più, soprattutto se lo dimentichiamo.

(in memoria di Carlo Giuliani (Roma, 14 marzo 1978 - Genova, 20 luglio 2001)

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