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13 maggio 2007

Il vero scontro di civiltà

C'è chi pensa che la realtà come lui la percepisce sia l'unica possibile e chi ha intuito e accettato che la sua visione può essere solo e sempre parziale; c'è chi si pone (anche inconsapevolmente) come regola e misura per il vero e per il giusto e chi propone la sua storia come esperienza, da intrecciare alle verità degli altri per trarne un significato condiviso.
Le contrapposizioni e la fine della conversazione (intesa come conflitto o come vera e propria interruzione) rispetto a Internet e ai Dico, ai blog e al riscaldamento globale, all'editoria e alla guerra in Iraq, hanno sempre poco a che fare con le reciproche posizioni (a volte molto più simili di quanto possa sembrare) e molto con lo scontro di queste due diverse civiltà: i relativisti, forti delle recenti scoperte della scienza cognitiva, e gli assolutisti, forti di millenni di storia in cui qualcuno ha sempre deciso cosa dovevamo pensare e siamo ancora qui.

Io non credo che sia possibile un passaggio (una conversione) da un gruppo all'altro. Forse incontrando certe letture in certi momenti (per me è stato così, "Pragmatica della Comunicazione Umana" a 19 anni, ti cambia la vita, ma forse solo se sei prediposto).
Non so neanche dire quale dei due atteggiamenti di interpretazione del reale sia vincente, o corretto, o efficace (e da qui potete capire, se non l'avete ancora fatto dal nome del blog, in che gruppo mi riconosco, pur con punte di assolutismo che riconosco). So che vivo meglio con la consapevolezza di poter avere tutt'al più una prospettiva, ogni tanto illuminata da intuizioni, mai confortata da certezze.
Più che pontificare, mi accontento di spiegare con questa contrapposizione il disagio, ben descritto da Palmasco, disagio che mi prende sempre quando in una discussione qualcuno, partendo dalla stessa realtà, arriva a conclusioni completamente diverse dalle mie e in base a queste cerca di convincermi non che io sbaglio (che può pure essere), ma che io mento; o non esisto; o ti sembra che, invece; che sono Alice nel paese delle meraviglie, solo perché scelgo di vedere, notare, osservare solo il lato positivo di ciò che mi circonda. Chè se fai così, gli altri pensano che sei scema e che il lato negativo non lo vedi, mentre invece vedere e raccontare il bene toglie terreno e importanza al male (che è sotto gli occhi di tutti).

Un assolutista apre un blog, riceve commenti offensivi e legge dieci blog deludenti; confronta la sua esperienza con la mediazione del reale offerta dai media di massa (assolutisti perchè figli dell'era della stampa) e si convince che i blogger sono tutti cafoni e aggressivi, un mondo da liquidare. Oppure apre un blog, conosce cinque persone speciali, lo citano tre riviste, guadagna 500 euro con AdSense e inizia a pensare che chi non apre un blog è un cretino; che chiunque non faccia quello che fa lui come lo fa lui è un cretino.

Un assolutista concede raramente il beneficio del dubbio, un relativista tende a sopravvalutare l'interlocutore.
Per un assolutista una cosa è interessante se approvata da molti, o da chi ha i titoli per farlo; per un relativista è interessante ciò che gli interessa.
Un assolutista vuole sempre sapere cos'è , la verità, come stanno "veramente" le cose. Un relativista ci prova, si annoia facilmente, non si fida.

Un relativista sa che la sua esperienza di qualsiasi cosa non gli permetterà mai di conoscere un intero fenomeno; un assolutista ha già capito il fenomeno prima di conoscerlo, perché ha già delle categorie interpretative pronte per l''uso. In entrambi i casi i fatti contano poco e vengono stiracchiati per le proprie esigenze, ma è più facile che un assolutista sia interessato alle dimensioni quantitative, per orientarsi.

Un assolutista si sente effettivamente minacciato dalle famiglie non ortodosse (o da qualunque deviazioni dal canone), perché nel suo vissuto qualunque eccezione alla regola mette in pericolo la sua rappresentazione della regola, cioè la sua vita. Un relativista sa che ci sono solo eccezioni alle regole e che la regola - la realtà - cambia in continuazione, anche grazie a lui.

Un relativista rischia di monacizzarsi nella sua bolla di affinità e di contestualizzazione, pericolo che si evita solo narrativizzando la propria esistenza, come fanno da sempre gli artisti, che spesso interpretano un periodo storico e un modo di vivere in modo molto più corretto degli storici o dei sociologi. E' un po' questo che facciamo con i blog: condividere caoticamente pezzi di vita per contribuire a un grande disegno da cui ognuno può trarre le conclusioni che crede.

I media di massa, le grandi religioni, la politica tradizionale non possono che essere assolutisti: è questa la grande frattura che stiamo vivendo in questi tempi, frattura paragonabile alla fine delle grandi monarchie e alla nascita dell'individualismo in Europa.

Io continuo a sperare che, almeno a livello di singole persone, sia possibile rompere il muro - l'ennesimo divide - e far incontrare la precisione e la solidità delle descrizioni assolutiste (la scienza, la legge, la fede) con l'evoluzione e la flessibilità delle storie relativiste (l'arte, la narrazione, la conversazione). Se non altro adesso riesco a non innervosirmi, a non deprimermi, a non litigare quando mi capita di avere a che fare con qualcuno che non ha voglia di vedere che possiamo anche avere visioni opposte eppure condividere lo stesso pianeta (che sia la Terra, i blog o il crocicchio di vie in cui abito, contemporaneamente invaso da bambini che giocano e da spacciatori, contemporaneamente migliorata e peggiorata, contemporaneamente uno dei posti migliori per vivere a Milano e l'orrore).

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