The End of the Moon - Laurie Anderson
Non ho un piano, e nemmeno abbastanza dinamite.
In ogni performance/album di Laurie Anderson c'è almeno una frase che ti resta attaccata addosso, e di solito è un non sequitur, uno di quei piccoli one-liner che piazza qua e là apparentemente a caso, e non hanno senso né sono particolarmente spiritose, ma ti restano in testa e ti viene voglia di correre a casa a fartici una maglietta.
Ti senti anche un po' in colpa perché te lo chiedessero mica sapresti spiegare cos'hanno di speciale. E' solo che lì, in quel momento, ti divertono, e ti sembrano perfette, e ti trovi a sorridere e scuotere la testa. E la frase è diversa per tutti, immagino.
Tra le memorie come "artista residente" alla NASA (vero), deliziose immaginette come i pinguini gay che covano meteoriti marziane, i piccoli aneddoti di vita quotidiana e le stranezze pescate dai tabloid che si trasformano in momenti di teatro dell'assurdo, le suggestioni-fascinazioni tecnologiche e fanta-astronomiche, alla fine è una sola frase che ti resta come summa della serata. E immagino la frase sia diversa per tutti.
Laurie Anderson torna a United States I-IV, finalmente. Niente band, sola sul palco con voce, violino mostruosamente effettato e tastiera. I testi sono forse meno incisivi di vent'anni fa, ma il tappeto sonoro drone ambient era e resta da brividi.
Per il resto, questa poesiola di Brian postata in Rete spiega molto meglio, ed è forse la recensione di un concerto più geniale che abbia mai letto.
Qui c'è il promo del concerto dal sito ufficiale di Laurie Anderson.
E, Laurie, è vero che spesso il tempo logora, ma io ti amo ancora come vent'anni fa.
[laurieanderson]

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