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23 settembre 2005

Le radici ca tieni

Viaggiare lentamente è la mia nuova frontiera (e "Un indovino mi disse" di Terzani l'ho letto dopo averlo scoperto): il piacere di far fatica e di arrivare stanchi in un posto, in treno, in nave o in macchina (e l'anno prossimo forse a piedi), dopo aver ingoiato palmo a palmo i cambiamenti dell'aria, della terra, del modo di parlare, delle case, della luce. Se la destinazione è la Bretagna e ci arrivi da Barcellona in macchina, lo choc è soprattutto la luce.
Credo che in futuro viaggerò solo alla ricerca di quella particolare luce per cui basta un piccolo squarcio tra le nuvole e anche la polvere si illumina: l'ho trovata in Australia, in certe albe in Kenia, in certi tramonti in Puglia, a Porto Selvaggio, in giornate particolarmente felici anche in Bovisa, uno dei pochi punti di Milano dove il cielo sgomita e trova spazio.
Viaggiare lentamente, come quest'estate, cercando di bilanciare soldi, impatto ambientale e tempo: in macchina da Taranto a Civitavecchia, in traghetto da Civitavecchia a Barcellona, e poi Andorra, La Rochelle e finalmente la terra baciata da fate e maghi e druidi e dalla morte (grande protagonista, presente e quasi amica). Una terra dolce dagli abitanti aspri e sorridenti, che ci ha annusato e capovolto per far uscire la merda ingoiata in tempi vicini, risputato stanchi e ripieni di idee nuove, energie più lente, quasi mistiche.
In Bretagna, nonostante una richiesta fortissima e in continuo aumento, i prezzi restano buoni e l'offerta alberghiera scarsa, integrata dalle "chambres d'hote" e dalle "gites" che chiaramente sono le prime a riempirsi. L'ospitalità bretone tollera poco gli albergoni e le catene, che infatti, se presenti, restano sempre ai margini dei paesini e scontano prezzi decisamente più alti della media (e aver dovuto cedere a un Ibis resta per me fonte di immenso dolore, 75 euro di banalità, dopo aver ingoiato 16 "nous sommes completement complét"). Un momento di pigrizia (non andare a Monza a prendere la tenda) pagato duramente.

In Bretagna restringono i sentieri più amati dei turisti (il sentiero dei Doganieri a Perros Guirrec) per lasciar spazio alla brughiera; ricostruiscono ciò che è stato distrutto (Saint Malo) senza fantasiosi rinnovamenti; non cedono alla tentazione di trasformare le coste in una Romagna oceanica, non so se perché non glielo permettono o perché non vogliono, ma di fatto il risultato è una regione vera, dove l'amore per gli spazi pubblici che caratterizza l'intera Francia è anche negli occhi dei turisti (in gran parte parigini, a nord molti inglesi).
Arrivi a Pointe du Raz e ti accolgono queste enormi case cieche, senza finestre dai lati dove soffia il vento, isolate in questo promontorio che si restringe fino a portarti alla Baie des Trepassés, una delle più belle spiagge che io abbia mai visto (e dove insegnano a fare surf anche ai bambini di cinque anni, per gli interessati). Arrivi a Dinan e ti sembra di essere in quella puntata di Fantasilandia dove il desiderio dei protagonisti è di tornare al Medio Evo, guardi la macchina fotografica e ti sembra incongrua. Arrivi a Carnac e senti le note di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Un'ora alla Plage de l'Ecluse a Dinard a giocare con le onde e le ombre, per poi tuffarsi nell'acqua gelida in mutandine e reggiseno mentre i bambini ridono di te e vecchie signore giocano a tai chi chuan, e sei pulita. Dieci giorni in Bretagna e hai l'impressione che tutta la bellezza rubata del mondo sia finita lì e che tu ne possa godere senza rovinarla.

Ho amato la Bretagna da qualunque punto di vista, autonomismo destrorso di matrice celtica compreso; è vero, ho skippato la zona più turistica (il Golfo del Morbihan e il Quiberon), ma peggio di La Rochelle non può essere, e La Rochelle è meravigliosa, anche se è lì che abbiamo capito che trovare da dormire non sarebbe - mai - stato facile. Ma con quella luce :-)

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