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08 aprile 2005

Cattolico non praticante

Non sono famosa per la mia tolleranza, però credo che far le cose per bene sia meglio che farle tanto per farle e che se credi in qualcosa non esistono gradazioni: come avevo letto in qualche libro, non si può amare "un po'".
Mi chiedo quindi il senso della tanto sbandierata "cattolicità non praticante": che cosa vorrebbe dire esattamente? Vuol dire che credi a qualcosa ma non abbastanza da comportarti di conseguenza? Che ti piacerebbe ma non hai tempo? In fondo, essere cattolici non è obbligatorio: perché esserlo e dirlo (soprattutto in questi giorni), senza sentire il dovere di vivere secondo i valori in cui credi, doveri pratici compresi?
"Basta l'intenzione", diceva la mia prozia quando l'aveva tirata tanto in lungo che aveva fatto tardi per la messa. Tra le cose che mi hanno allontanata di più dalla fede (e dal rispetto per i il cattolicesimo) è proprio questa distanza, più volte verificata, tra i comportamenti di chi si dice cattolico e i valori cristiani.
Quelli che a messa magari ci vanno, ma invece dell'altra guancia ti porgono una coltellata, sfottono i poveri e sfruttano i lavoratori, amano solo se stessi e fanculo il prossimo, pero sono tanto, ma tanto, ma tanto cattolici e questo papa, signora mia, santo subito.
Non so se esiste uno studio sociologico ampio del fenomeno (tipo quello di Max Weber sullo spirito del capitalismo), ma temo che questo dell'essere senza praticare sia l'ennesimo vizio tutto latino e che questa scappatoia socialmente accettata sia ancora più diseducativa della vendita delle indulgenze e orrori simili.

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