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04 novembre 2004

Il villaggio aglobale

Se il cinema è specchio della società, il cinema moderno dimostra quanto la società contemporanea si fondi sulla paura. Del vivere la paura (e superarla) Michael Night Shyamalan ha fatto un tema costante del suo cinema: come in Signs, e a differenza dei due film precedenti, protagonista di the Village è la paura sociale del diverso e dell'ignoto, l'identificazione con il Nemico di tutto ciò che proviene dall'esterno.

Il Villaggio non è un seducente esempio della romantica-per-quanto-dura vita comunitaria del 19mo secolo come parrebbe all'inizio del film, e dalla quale Shyamalan sostiene di essere affascinato: la ragione del raccogliersi attorno al nucleo della società rurale di the Village sta nella costante minaccia esterna, in una guerra infinita che gli abitanti esorcizzano attraverso una serie di rigidi rituali e superstizioni.

Un villaggio chiuso, accerchiato, autarchico come metafora della società statunitense contemporanea, abitata da persone incapaci di interrogarsi sull'altro da sé, che non sanno e non vogliono stabilire un dialogo con ciò che sta al di fuori della recizione che loro stessi hanno edificato. Un popolo governato da un gotha di anziani che ha fatto della paura il fondamento della propria autorità (ricorda niente?) e il cui comandante in capo si chiama nientemeno che Walker.

E così il buon selvaggio dalla doppia cittadinanza che è Shyamalan si prende la briga e di certo il gusto di mettere gli Usa davanti a sé stessi in un ritratto metaforicamente accuratissimo del nuovo ordine mondiale, con tanto di episodi chiaramente simbolici dei quattro anni di impero appena trascorsi, e una conclusione in bilico su un interrogativo sospeso ("è il caso di continuare a vivere nella paura?" si chiede George - pardon, Edward - Walker) che ci ha fatto sperare per qualche giorno, prima del 2 novembre :-(

No, non era il caso di sperare: il Villaggio non abbatterà le recinzioni.

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