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22 novembre 2004

Ci ho le visioni, ci ho

Non volendo abusare della pazienza dei Gentili Ospiti di questo blog, da queste parti tendo più che altro al cazzeggio scostumato e all'elaborazione di bizzarre teorie antropologiche sull'impatto sociale dei nuovi media su di me. Tendo a risparmiare a chi passa di qui la parte più oscura della mia personalità, anche se ogni tanto qualcosa sfugge al controllo: è che scrivo recensioni dei film che vedo, tanto ispirate quanto incomprensibili.

In realtà, viaggio sulle solide basi della semiologia classica e postmoderna, rinforzata dagli insegnamenti di due Maestri quali per me sono stati Bruno Fornara e Gianni Canova; sta di fatto che, comunque, non si capisce un cazzo di quello che scrivo, tanto che la risposta media va dal "piantala di farti le seghe mentali" a "ok, ma il film ti è piaciuto?" passando per "è solo un filmetto, perché trovarci a tutti i costi dei significati". Al che io abbozzo e vado a piangere in bagno, enumerando sulle dita della mano destra quelle volte che qualche folle si è innamorato di me, per quel che scrivo (e non ho dovuto neanche cambiare numero di telefono).

Nei miei onanistici deliri ho pensato più volte di scrivere delle "FAQ per le Reazioni Medie", o quantomeno una "Guida alla lettura delle X-View"; ma c'è sempre qualcun altro più bravo di te a spiegare, in questo caso Flannery O'Connor, immensa scrittrice americana. Per lei lo scrittore (e anche l'umile recensore lo è) deve possedere la "visione anagogica", cioè "la capacità di vedere diversi livelli di realtà in un'immagine o in una situazione"; è un termine traslato dall'esegesi biblica, che su it.arti.cinema mi ha già procurato l'ennesima risposta cretina (e la visione tamagocica?). E' un mondo difficile per noi intellettuali radical chic.

Per quanto riguarda invece la mia insistenza nell'applicare letture sofisticate anche e soprattutto ai film di genere, Flannery spiega tutto, ed è la mia ultima parola:
"Secondo me, per lo scrittore di narrativa i simboli sono qualcosa che egli usa spontaneamente. Si potrebbero definire particolari che, pur avendo il loro posto fondamentale al livello letterale della storia, operano in profondità oltre che in superficie, espandendola in ogni direzione. (...) Il fatto che tali significati siano presenti rende il libro importante. Il lettore potrà anche non vederli, eppure su di lui hanno effetto." [1]
Ecco, a me piace snidare questi particolarli e strofinarli affettuosamente sul muso di chi magari non li ha notati, insieme ai significati emergenti dalla mia personale mappa del mondo mixata con la struttura profonda del testo (che sia film, libro o ciò che è). Tutto qui. (Se riesci a dimostrarmi che hai capito, ti offro da bere.)

Grandissimo libro, comunque, questa raccolta di saggi sulla scrittura, libro che consiglio a tutti, insieme ovviamente ai racconti e ai romanzi di questa potentissima scrittrice, morta di lupus a 39 anni, collezionista di polli e di pavoni, fervente cattolica dogmatica capace di far venire voglia anche a una mangiapreti quale me di credere, fortissimamente credere. E anche di ritrovare il coraggio di scrivere, di compiere quel "tuffo nella realtà davvero traumatizzante per l'organismo" che è la scrittura di narrativa. E mi sa che nei prossimi mesi questo blog sarà assai duro da leggere :)

[1] Nel territorio del diavolo, Minimun Fax, pp. 47/48

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