Estate
Quando ero bambina, si andava sempre al mare nelle ore in cui è meglio non esporsi: verso le 12, esaurite le faccende di casa, si caricavano macchine e macchine di bambini, ombrelloni, giocattoli, sedie, bottiglie, palle, maschere e si partiva: una quindicina di chilometri, dalla campagna vicino Manduria a San Pietro in Bevagna, allora appena due case e una strada.
Se era luglio, c'erano solo mamme e zie, se era agosto, anche papà e zii. Un paio d'ore in spiaggia, deserta perché "gli altri" erano a casa a mangiare: sempre tutti insieme, vicini, tra scherzi e sfottò, diversi e con idee diverse, ma vicini. Verso le due due e mezza si tornava in strada, alle macchine: i bimbi più piccoli in braccio e i secchielli pieni d'acqua per lavare i piedi ai più grandi, per non sporcare di sabbia le macchine. Tornati a casa, la doccia fredda fuori, sempre tutti insieme, in fretta prima che arrivasse l'ombra. Poi mangiare, in tanti, intorno al tavolo di legno, con la nonna che ci aveva aspettato con il sugo pronto e l'acqua a bollore. I nonni che ci ospitavano tutti e che per anni hanno fatto la spesa tutta l'estate per tutta la famiglia, cioè le famiglie delle quattro figlie.
Io ero la più grande: poi, di seguito, mio fratello Marcellino e Roberto, Stefano e Andrea, i miei cugini. Vivevamo in bicicletta: io la mia quando potevo la tenevo ai piedi del letto. Mia sorella Elena e Daniele e Alessandra sono arrivati dopo e non sanno cosa si sono persi. Adesso in campagna abbiamo la piscina e se sbaglio sdraio mia zia mi guarda male. Io non lo so che cazzo è successo, so solo che fa male.

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