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27 maggio 2004

Sulla deriva

Ho sempre avuto un debole per le derive, e per gli uomini che le sanno guidare. Non è un'ardita metafora: le derive sono piccole barche a vela, quelle che possono scuffiare (le barche a vela grandi, quelle dove prendi il sole e ti fai du' spaghi, in teoria e anche in pratica stanno sempre su).
Il primo uomo-deriva è stato Carlo: avevo 17 anni ed ero in vacanza con mio fratello al Valtur di Alimini (da soli, ma vicino casa, era il ragionamento dei miei). Ero partita dicendo alle amiche: "un uomo diverso ogni sera!". Ce la stavo anche facendo, ma Carlo è arrivato alla seconda sera e mi sono fermata dalle sue parti, anche perché era il capovela. Al tramonto si metteva una muta nera e veleggiava da solo al largo con il suo Laser. Alto, biondo, ah, che fico.
L'anno dopo, mi iscrivo di nascosto da mia madre al corso di vela della Lega Navale di Taranto. Non finisco neanche la prima lezione che arriva Emidio. Io preparavo gli esami di maturità, lui "Le ragazze carine fanno sempre il linguistico". Alto, biondo, anche lui con una propensione per le barche singole, tranne quando andavamo insieme a rubare le cozze. Mi ha lasciato perché andavo a studiare a Milano. Non ci ho mai creduto.
Sugli altri e su Caprera, sorvoliamo, anche perché sette anni dopo ricompare Carlo. La mia prima convivenza, a Torino e d'estate in una deliziosa casetta in Sardegna, quattro mura senza acqua né luce a pochi chilometri dal delirio di Palau. E una deriva. Un Caravelle, ribattezzato il Mattone; metterlo in acqua e riportarlo su, attraversando una strada che più che sterrata direi sbulinata, era un delirio, ma per una volta mi sono scatenata in un capriccio infinito, finchè la barca non era dove doveva essere, - in acqua - pronta a essere armata e partire, di solito per Spargi. E quando il vento era giusto - cioé al traverso, uguale all'andata e al ritorno - si poteva arrivare fino a Budelli (il sogno era arrivare fino in Corsica, vabbè).

Otto anni fa, era una splendida giornata di agosto, vento teso, quasi cattivo, il Mattone filava come se fosse una barca vera e per una volta avevo il culo in acqua e il grande gusto di tener piatta una barca con il tuo peso. Senza cinghie, senza scarpe (dio, che cazzata, in deriva senza scarpe). Il vento, il mare più bello del mondo, poca gente. Un attimo, uno scarso di vento, mi scivola il piede, capisco che mi sono fatta molto male, non sento nessun dolore. Tiro su il piede e guardo e vedo un dito che festoneggia sanguinolento. La Palahniuk che è in me ha guardato a lungo prima di urlare.

(cazzo. Mi sento male ancora oggi a scriverne).

Sorvoliamo sul resto. Sul ritorno, io incazzata come Achille e sotto shock, Carlo che doveva manovrare da solo, il sangue che non smetteva. Per fortuna eravamo in macchina e non in bici come al solito. Sorvoliamo sulla simpatica dottoressa della guardia medica che aveva fretta di tornare a Cagliari e mi ha messo sei punti senza anestesia e senza togliere sabbia e polvere dalla ferita. La guardia medica sembrava l'ascensore di Shining, la stronza mi molla al collega che "sta per arrivare" che guarda la ferita, si rifiuta di dimettermi e mi manda in ospedale a La Maddalena. 7 punti interni, 12 esterni su un solo dito del piede. Vacanze finite, anche se potevo ancora andare in bicicletta, anzi, potevo solo andare in bicicletta.

Non sono più salita su una deriva, tranne un piccolo tentativo tre anni fa in Sicilia. Una cazzata: vento forte e due pivelli a prua. La deriva è su? Certo che è su. Ma sei sicuro che è su? Certo che è su. La deriva non era su, e senza deriva non si vira, e insomma a momenti vedevo Gheddafi sul molo, più il panico di "non so più neanche virare". Quando siamo tornati in spiaggia - grazie a uno dei due, che infatti poi è diventato bravissimo, in deriva - ho imparato che l'espressione "mi tremano le ginocchia" corrisponde a un fenomeno fisiologico reale.
Mai più, mi sono detta.

Fino a domenica scorsa. Al fiocco, però. Bianca come una randa nuova, stretta in una muta troppo piccola, con le scarpe troppo grandi e tutta la diffidenza che una tarantina può avere per il lago. E su un 420, cioè una barca pensata per persone venti centimetri meno di me. E mi sono divertita. Mi sono anche dimenticata che avevo paura.
Ieri mi sono comprata la muta e il giubbotto salvagente. Al timone, per ora lascio l'ennesimo gran fico :), che però è piccolo e bruno e gli piacciono le barche biposto (qualcosa ho imparato, nella vita).

1 Commenti:

Alle 6:28 PM, agosto 25, 2008 , Anonymous Anonimo ha detto...

cercavo le misure delle cinghie per la mia deriva e son finito a leggere questo racconto...4 risate, una botta di voglia d'estate al 24 d'agosto e tanta voglia di ritornare subito in mare!

saluti!

 

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