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23 maggio 2004

[pippone] 911 is (not) a joke

Tarantino e una giuria di quasi sole donne fanno il colpo di mano a Cannes e premiano Fahrenheit 911, documentario politico di Michael Moore contro l'amministrazione Bush.
E' un evento epocale non solo per il chiaro schierarsi contro questa guerra di un gruppo di artisti, del Festival e dell'Europa del cinema, ma soprattutto per il sovvertimento delle rigide e obsolete regole dell'establishment culturale cinematografico, per il quale il documentario è un sottogenere mentre solo al tradizionale regista col megafono in mano e una troupe di 200 persone è consentito accedere al titolo di Cineasta.

E' un atteggiamento stantio, corporativo e ancien régime che non sa tenere conto dell'evoluzione della comunicazione audiovisiva, nella quale le vecchie distinzioni di genere e stile perdono ogni senso, vengono frullate dal basso e danno origine a una nuova forma di comunicazione ed espressione "crossover" che si fa beffe della tradizione. E va pure alla grande al botteghino.
E allora diventa davvero divertente vedere quel trombone di De Hadeln livido di rabbia per lesa maestà, nonché tutti i critici cinematografici over 50 che nei prossimi giorni cominceranno a piagnucolare dubbi sull'opportunità di premiare un documentario come Fahrenheit, perché il Cinema è un'altra cosa, perché insomma, la Sceneggiatura, l'Autore, l'Attore, il Critico, allora che ci stanno a fare?
Appunto.

L'unica meraviglia sta nel fatto che il cinema ci sia arrivato così tardi rispetto alla musica, dove i generi sono spariti da quel bel pezzo senza il rammarico di nessuno. Ma la critica musicale specialistica (lasciamo perdere i quotidiani) è paradossalmente amatoriale, cioè fatta da gente molto più giovane o comunque di mente aperta, che ama sinceramente quello che recensisce, e che è pronta a mettere in gioco le proprie convinzioni e le proprie affermazioni precedenti ogni volta che esce fuori qualcosa che nega e rivoluziona i suoi criteri di giudizio.

Al contrario ancora troppi giornalisti, soprattutto europei, sono cariatidi prigioniere dei loro nostalgismi d'infanzia. Il cinema è cambiato e ora la vera critica la fanno gli amatori,cioè gli spettatori stessi: se voglio sapere se andare a vedere un film vado su it.arti.cinema o su un blog come Zitti al Cinema, e non a leggere Nepoti o Mereghetti o, che iddio ci scampi, i da lungo tempo pensionabili Fofi o Kezich.
Finché il cinema è fermo a sé stesso come lo è stato fino a meno di dieci anni fa va ancora bene, ma quando il cinema si rinnova la critica diventa una cosa troppo importante per lasciarla fare ai critici.

Insomma, il vero merito di questa Palma d'Oro, al di là di quelli politici, sta nel premiare l'innovazione, l'evoluzione, il cambiamento. Ancora di più, nel riconoscere la morte dell'Autore, e il definitivo seppellimento di quella comoda ipocrisia che è sempre stata la separazione tra notizia e commento. Come insegna Biagi "non puoi raccontare una storia se non hai un punto di vista da cui raccontarla", e Michael Moore, con una vittoria che mescola Cinema, entertainment e politica, ha sdoganato questo concetto (si spera definitivamente) nel mondo del cinema.

Ora stiamo a vedere se il film trova una vera distribuzione USA come promesso da Miramax, ma se così non fosse ci apprestiamo a vedere il più oceanico e incontrollabile fenomeno di file sharing che la storia ricordi, con buona pace di Urbani e del suo datore di lavoro oltreoceanico, direttamente interessato a che il film non esca. Ma gli Stati Uniti al contrario dei paesi musulmani sono una Democrazia, quindi ciò non avverrà, giusto?

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