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17 maggio 2004

Muccino e il mare

Rimini, sabato pomeriggio, bagno 35, ora del té. Arzilli sessantenni in preda a picchi ormonali da tressette disturbano i maestrini leggenti (io, Mao II, il Vanz, Anime alla deriva). Emaniamo tali e tante vibrazioni infastidite che, complice il lento calar del sole, il gruppo piano piano si scioglie.

Ad altro tavolo arriva lei: alta, lunghi capelli biondi, pantaloni bianchi. Arriva lui: alto, bruno, sorriso sornione. Sono accompagnati dalle nota "coppietta": bimba bionda e vezzosa che corre in spiaggia, assorbendo gli ultimi raggi e moltiplicandoli in giro, bimbo bruno dall'aria simpatica che gioca a palla senza fare troppo casino.

Io e il Vanz passiamo dal té allo spritz, io come sempre mi mangio il limone per gustare dippiù la transizione dei sapori. Inizia a far fresco: c'è da andare a casa, la mia gonna di seta svolazza al vento leggero, godendo per la gioia dei piedi nudi e del sole sulle gambe infilo un golf di filo bianco sopra la maglia scollata bluette che lascia intravvedere un reggiseno nero dalle spalline ricamate a giorno, quindi mostrabili. Ci aspetta una cena alle Quattro Colonne, mentre la famiglia Mulino Bianco transita dal tranquillo daiquiri con scultura di frutta esotica a qualche intuibile barbecue con amici altrettanto belli e cromaticamente assortiti.

Gli orrori personali dei partecipanti a questo quadretto sono nascosti dal bianco, dal biondo, dal sole e dal vento, dalla seta e dalla cura personale, dai sorrisi e dai libri, finché qualcuno non deciderà di raccontarli, senza veli ma neanche imbruttendoci.

E' per questo, Marquand, che amiamo Gabriele Muccino, cinematograficamente e non solo.

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