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18 maggio 2004

Manovalanza dell'informazione

Aldilà del fatto che il video della decapitazione di Nick Berg sia - o meno - la dimostrazione della disumanità asservita a un ideale (religioso, pure) di certo mostruoso mondo islamico, oppure (possibilmente, verosimilmente, un falso). Aldilà.
Mediaticamente, quello che conta è se l'orrendo documentario sia vero in relazione a come lo si presenta. Non perché il personaggio in questione sia o meno un civile americano e gli altri siano o meno un branco di predoni assetati di sangue delle brigate Solcazzo, ma semplicemente perché vedere un essere umano a cui è letteralmente segata via la testa è emozionalmente intollerabile a prescindere. Se, ripeto, è vero.
Diversa sarebbe la storia se sapessimo per certo che è un falso. A quel punto diventa uno splatter di serie B, qualcosa che assomiglia molto, che so, a Driller Killer di Ferrara. Divertente, persino.
Ora la differenza tra vero e falso, tra shock e risata, sta tutta lì. E lì sta anche un grande dilemma del giornalismo attuale che è sì quello delle fonti, ma anche quello di un certo necessario scetticismo di fondo, vitale per sopravvivere onestamente come giornalista.
In soldoni, se fai informazione al giorno d'oggi devi essere un teorico della cospirazione: sospettare, dubitare e mettere il tuo ascoltatore a parte dei tuoi imprescindibili dubbi. Altrimenti non solo la figura del coglione è sempre dietro l'angolo, ma fai un cattivo servizio.

Aldilà della deontologia, la questione che mi preme è quella di verità e finzione, mondo reale o rappresentazione, se vogliamo uso e interpretazione di significato e significante.
Qualche giorno fa a Milano ha suscitato un gran vespaio l'installazione di un artista che mostrava fantocci di bambini impiccati a un albero. Sconvolgono i bambini, si è detto. Cazzate.
Quello che sconvolge i bambini (e gli adulti, se è per questo) è non essere messi nella condizione di capire cosa è realtà e cosa è finzione, distinzione che sanno operare benissimo da soli se hanno quel minimo di informazioni necessarie per farlo.
La sconfitta del giornalismo attuale sta proprio in questo: non saper non solo dare indicazioni univoche al riguardo, che sarebbe da sciamani, ma esser talmente drogati di scoop e di news in tempo reale da non riuscire a mantenere uno sguardo disincantato e ragionato sul mondo.
Perché - e i giornalisti che non si rendono conto di questo sono cattivi giornalisti - qualunque informazione giunga ai giornali è manipolata ab origine almeno quanto lo sono quelle che i giornali passano ai loro lettori: in ogni paese ci sono agenzie governative e forze più o meno oscure che lavorano per ingannarli.
La disinformazione è un business, e sta - sorpresa! - a monte delle agenzie stampa che trasmettono le news ai giornali.
Se i giornalisti operano come manovali della distribuzione mediatica, e non riescono loro per primi a porre un filtro all'inquinamento informativo, a ragionare e proporre notizie disinnescando quella frode mediatica che sono la disinformazione governativa, l'agenda setting, la retorica di Stato, sono inutili.

Su Internet basta andare alla fonte originale della notizia, per avere la notizia. Non ci serve qualcuno che ce la legga in TV o la riscriva con parole sue su Repubblica online. E che in un concitato momento di dibattito del genere "lo mostriamo/non lo mostriamo" sia stata proprio un'enciclopedia collettiva online come Wikipedia a linkare il video della decapitazione, dimostra quanto assurdo sia questo cinchischiare sull'ipotetica responsabilità di fare filtro sulla cosa in sé e non su quello che ci servirebbe, cioè l'interpretazione ragionata, disincantata e responsabile del cosa c'è sotto.

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