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23 marzo 2004

[PIPPONE] Omicidio umanitario, parola nuova della "politica"?

C'è una roba che non capisco, e vorrei una mano.
Su questa cosa dell'assassinio dello sceicco Yassin si è scatenata un'iradiddio di condanne del mondo civile. Pare infatti che l'omicidio progettato a sangue freddo di una personalità politica nemica sia un'azione riprovevole. Allo stesso tempo mi capita di sentire esponenti del centrosinistra (persino, se non ho capito male, un giornalista di Radio Popolare) considerare questo assassinio un "atto politico". E allora mi confondo un pochino, perché ero rimasto che un omicidio è un omicidio e la politica semmai si fa con le parole, altrimenti Lee Harvey Oswald sarebbe uno statista e non il - per quanto ipotetico - killer di JFK.

Mi colpisce però il fatto di non aver riscontrato la stessa diffusa indignazione quando Israele ha sparato un missile sull'auto del legittimo esponente dell'ANP Marwan Barghouti, o di altri, e sono abbastanza perplesso nel vedere che una parte del centrosinistra sembra considerare gli omicidi a sangue freddo, le stragi nei territori occupati, la demolizione delle case dei parenti dei kamikaze come un tutto sommato comprensibile eccesso di difesa.
Il che potrebbe significare che, fatta salva la condanna per tutte le azioni che portano alla morte di civili, anche a sinistra forse facciamo un po' fatica a mantenere una prospettiva minimamente obiettiva sulla questione.

Quasi si fosse davanti a una guerra tra stati sovrani e non all'occupazione militare ed economica e al sequestro politico di oltre l'80% del territorio di uno stato a cui non è concesso di costituirsi come tale, il cui potenziale primo ministro è esiliato agli arresti domiciliari e il cui popolo, ridotto all'immobilità e alla povertà, ha il dubbio onore di contribuire per oltre il 75% alle vittime (quasi tutte civili) del conflitto. Se questa è una guerra mi sa che il giorno che la spiegavano a scuola dormivo, e mi vien voglia di andarmi a leggere la definizione. Che però non mi aiuta a capire.

Magari esagero, la situazione è più complessa eccetera, ma quando leggo su un giornale di area centrosinistra che "dall'inizio di marzo ottanta palestinesi sono rimasti uccisi a causa dell'intifada" (visto da qui sono gli israeliani che sparano ad altezza d'uomo, e semmai l'intifada è la reazione) non mi chiedo tanto se la causa di questi atteggiamenti un po' bizzarri sia l'informazione, quanto in base a che logica stiamo ragionando un po' tutti, compreso il giornalista che ha redatto la news.

Per il resto, mi sembra ozioso discutere delle ragioni del conflitto - e non era questa la mia intenzione - a meno di partire dalle risoluzioni ONU numero 242 e numero 1402. E mi pare che l'unica domanda che ha senso farsi sia "cosa sarebbe successo se nel 1967 o in uno qualunque degli anni successivi Israele avesse deciso di non continuare a violare il diritto internazionale e si fosse ritirata dai territori"?

Magari invece è questa la domanda oziosa, e sono io che vedo le cose a rovescio. Ma resta a girarmi in testa un vago, malizioso ed estremamente spiacevole sospetto, che spero proprio sia sbagliato: non sarà che il nostro giudizio è un po' influenzato dal fatto di vedere delle persone dai tratti somatici mediorientali così simili ai terroristi che vediamo sui TG (anche se i palestinesi non sono affatto un popolo fondamentalista) che fanno saltare in aria quartieri bianchi e occidentali? Non è che quello a cui stiamo assistendo prende neanche troppo simbolicamente l'aspetto di una minaccia al nostro stile di vita?

E se così per caso fosse, non sarà opportuno cercare un punto di vista un po' più utile a comprendere che qui la questione non è religiosa ma politica ed economica, e magari decidersi ad accettare che l'unico modo di uscirne è costringere Israele a ritirarsi da tutti i territori occupati?

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