Abitare in una porta
Mio fratello, Marcellino detto Marcello, è una delle persone più strane che conosco; anche mia sorella, ora che ci penso. Siamo strani tutti e tre. Eccentricità a parte, dopo il film su Bombay Marcellino sta girando un altro documentario sul FreeOpera Brera, la squadra di calcio del carcere di Opera, che gioca - sempre in casa - in terza categoria.
Mio fratello - come me e a differenza di mia sorella, che tiene al Milan - non capisce niente di calcio, né gli interessa: in realtà sta girando un documentario su quei detenuti e io lo odio perché si scrive le impressioni su un fottuto Moleskine invece di bloggarle. Sarebbe un bel blog, anche se lui è poco avvezzo a esprimersi per iscritto: sabato a cena ci raccontava dell'intervista al detenuto che tira le righe del campo (malessere), che non comunicava granché, finché mio fratello per aiutarlo a superare la timidezza gli ha chiesto di "ambientare" la sua stanza nella porta, risvegliando il suo interesse (forte disagio) alla scoperta che "è più grande la porta".
Nel carcere di Opera, in una stanza di nove metri quadri ci abitano in due (ansia). Nel carcere di San Vittore, in sei (vergogna).

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