Dogville (spoiler)
[prologo]
Dogville inizia lento e pesante come la carne del raduno di sabato (burp! burp! BURP!): rimani solo per non dare soddisfazione a quel cretino di Lars, che ci prova sempre. Sei in prima fila. Il pranzo ti torna su. La noia ti massacra, ma non vuoi dargli soddisfazione, eccheccazzo. La macchina da presa ondeggia, e la gestisci. La macchina da presa sventaglia qua e la' come se l'operatore stesse salutando un amico con l'obiettivo. Non la reggi. Ti alzi e ti siedi per terra, più lontana dallo schermo. Lars inquadra Dogville come in un videogioco in soggettiva ma visto dall'alto, i personaggi si muovono velocissimi mentre le giornate di Grace diventano sempre piu' affannose. Cedi. Corri in bagno. Il bagno e' lontano. Vomiti il pranzo con la porta aperta, pensando a Chuck Palahniuk a cena con Lars Von Trier che si tirano su quanti ne hanno fatti vomitare, svenire, schifare, uscire, chiudere gli occhi. Aver pensato a Palahiuk ti regala una breve ma intensa fantasia erotica sui possibili incontri nei bagni dei cinema, dopo aver vomitato.
Torno in sala. Mi risiedo per terra. Vincero' io.
[primo atto: in cui si parla difficile]
Nel suo sempre interessante percorso di risveglio violento dello spettatore, Von Trier non solo annulla la scenografia affidandogli il compito di visualizzare questo paesino sulle Montagne Rocciose, ma inverte il tipico processo di significazione sequenziale: e' nei titoli di coda che troviamo il codice per leggere e capire il film.
[secondo atto: in cui si spiega]
Esattamente come le informazioni nascoste nell'incipit danno a chi sa guardare la chiave di lettura di molte storie, le foto + pezzo musicale che chiudono il film tolgono i dubbi residui: e' proprio degli USA che parla il regista danese, la terra famosa per dare accoglienza ai diseredati di tutto il mondo, la terra dove approdano donne di nome Grace (o Rose), pronte a dare cio' che serve per essere accettate, sperando di ricevere in cambio amore, protezione, liberta', una casa. Il sogno americano. Ma chi e' Grace? Chi viene da fuori e' sempre e solo gentile, disponibili, pronto ad amare e a perdonare? No: siamo in un film di un danese sclerato e possiamo letteralmente parlare di grazia (colpo di).
[terzo atto: in cui la recensione finisce]
La frase finale, quella sulla domanda tanto acuta da, vale il film. Amerei un remake dell'intera trilogia di Matrix girata come The Kingdom. Hanno sbagliato a tagliarlo: dovevano tagliare ancora.

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