Pubblico e privato
Ieri sono stata a una mostra molto interessante alla Triennale, "Quotidiano sostenibile. Scenari di vita urbana", curata da quel geniaccio tranquillo di Ezio Manzini, uno dei cento uomini che secondo me salveranno il mondo. Il mio interesse per le teorie positive di progettualità sociale per "salvare il mondo" è nato proprio alla Triennale nel 1990, grazie a una mostra sul riciclaggio: ne è uscita la mia tesi di laurea e una prospettiva illuminante anche per la vita di tutti i giorni, un buon reminder di come ogni catastrofe può essere vista anche come le soluzioni piacevoli per scongiurarla. Non è una mostra tradizionale, quella inaugurata ieri: con l'aiuto dello Studio Azzurro Manzini e Jegou, l'altro curatore, hanno visualizzato i risultati di 15 workshop e di sei percorsi alternativi per vivere le inevitabili megalopoli del futuro in modo sostenibile. Una prospettiva volutamente ingenua, come più volte sottolineato, e per questo fresca, plausibile, desiderabile.
Ingegneria sociale, o fantascienza, se preferite: quello che è interessante è che le soluzioni proposte rappresentano un miglioramento della nostra vita quotidiana, non un sacrificio o una privazione. Un passo avanti, e sognare è bello, senza però dimenticare che ogni evoluzione ha la sua zona d'ombra e che la maturità umana è sempre più lenta a crescere della tecnologia e dell'ingegneria.
Leggendo un paio di post di oggi, ho incrociato con violenza una delle zone d'ombra di una delle principali evoluzioni sociali dello scorso millennio, quale considero lo spostamento in pubblico del privato, la fine del pudore vittoriano, i 15 minuti di fama per chiunque, che con Internet magari diventano quindici anni. Dai panni sporchi rigorosamente lavati in privato al palcoscenico alla portata di tutti: poi però quando ci sali, sul palcoscenico, scopri che il nuovo ruolo presenta delle asperità non adatte a tutti gli esseri umani. Scopri che le persone pensano di conoscerti in base a un'idea mediata di te, non diretta; scopri che, nel momento in cui ti fanno delle domande, puoi finire in un tritatutto a prescindere dalla risposta; scopri che un gioco utile e sereno come un blog un po' serio un po' intimo, quando pubblico, regala al primo che ne ha voglia il "diritto" di farti a pezzi ugualmente in pubblico.
Quando sono stata criticata per il mio ruolo alla presentazione del libro della Pizia, ho sofferto, non per le poche critiche argomentate, ma perché sono stata acutamente consapevole di essere stata vista, discussa, spezzettata, non come una persona, ma come un ologramma unidimensionale che non ha importanza in quanto essere umano, ma solo per come si è "agito" in quella ora e mezza in cui l'hai osservato dibattersi parlando.
I palcoscenici fanno questo effetto, più spesso a chi li osserva che a chi li calca, che soprattutto nel caso mio, della Pizia o di Massimo continua ovviamente a sentirsi una persona qualunque, anche se ha pubblicato un libro, tiene un blog famoso o viene considerato particolarmente figo e brillante. Ecco, se devo immaginare un'evoluzione desiderabile, da aggiungere agli scenari di Manzini, penso a un mondo dove chi si "pubblica" non viene dato in pasto al pubblico, perché quest'ultimo ha la maturità e l'intelligenza necessaria per continuare a vederlo come un essere umano. Sarebbe un miglioramento per tutti, un sacrificio solo per quei pochi che, per godere, si nutrono del sangue altrui e confondono l'ironia con l'acidità.

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